L’inglese, per molti, funziona un po’ come un muscolo: finché lo si usa rimane allenato, poi basta qualche mese senza parlarlo e le parole sembrano sparire proprio quando servono. Daniela se n’è accorta vivendo a Trento. È inglese, viene da Londra, e racconta che spesso, quando parlava nella sua lingua con i figli, veniva fermata da persone che le dicevano più o meno la stessa cosa: “L’ho studiato a scuola o all’università, ma non lo uso mai”. Da lì è nata l’idea di SpeakEasy, un progetto che prova a riempire proprio quel vuoto tra conoscere una lingua e riuscire davvero a usarla.
Daniela, che ha esperienza nell’insegnamento dell’inglese come lingua straniera, non voleva però aprire l’ennesima classe. La grammatica, spiega, serve per costruire una base, ma quando ci si trova nella metropolitana di Londra o bisogna rispondere al volo a qualcuno, un libro non può suggerire cosa dire. Lei stessa racconta di aver imparato molto italiano vivendo la lingua nella quotidianità. Per questo ha unito due mondi che conosceva bene: l’insegnamento e gli eventi. Il risultato sono incontri organizzati soprattutto nell’orario dell’aperitivo, dove si beve qualcosa, si svolge un’attività e, intanto, si parla inglese.
Parlare senza sentirsi interrogati
La differenza rispetto a una lezione tradizionale sta soprattutto nell’atmosfera. Nessuno viene chiamato alla lavagna e non c’è l’obbligo di parlare a comando. Daniela conduce l’incontro in inglese e aiuta chi parte da un livello più basso, ma lascia alle persone il tempo di ambientarsi. Alcuni partecipanti più timidi trascorrono la prima parte quasi in silenzio e iniziano a intervenire soltanto quando capiscono di essere dentro a un gruppo informale, più simile a una serata tra conoscenti che a un corso. Altri hanno già un inglese avanzato e partecipano semplicemente per continuare a usarlo. In genere il livello dei presenti parte dall’intermedio, ma il gruppo è piuttosto eterogeneo.
Anche le attività servono a togliere quella sensazione, molto comune quando si parla una lingua straniera, di avere tutti gli occhi addosso. Gli eventi si svolgono indicativamente tra le 17 e le 20 e possono includere una degustazione di vino, la decorazione di candele o ceramiche e altre esperienze manuali. Mentre le mani sono impegnate, la conversazione arriva in modo più naturale: non bisogna necessariamente “inventarsi qualcosa da dire” per riempire il silenzio.
Tra gli appuntamenti più apprezzati c’è il pub quiz, una tradizione molto britannica che Daniela ha portato anche a Trento. Si gioca a squadre, si risponde a una serie di domande su argomenti diversi e alla fine si confrontano i risultati, esattamente come succede nei pub del Regno Unito. A Trento l’appuntamento viene organizzato circa una volta al mese e, proprio perché è un format ancora poco abituale per molti italiani, è diventato uno degli eventi più richiesti.
La paura di sbagliare è spesso il vero ostacolo
Secondo Daniela, il limite più grande per molti italiani non è necessariamente il vocabolario. È la paura di partecipare. Alcuni immaginano di trovarsi davanti a un’insegnante pronta a correggerli e arrivano con addosso la stessa tensione vissuta a scuola. Quando scoprono che l’ambiente è rilassato e che nessuno li costringe a intervenire, quella rigidità tende però a diminuire. SpeakEasy attira anche stranieri e madrelingua inglesi che vivono in Trentino e cercano semplicemente un’occasione per conoscere persone e trascorrere una serata utilizzando la propria lingua.
Gli incontri sono circa quattro al mese e non si tengono sempre nello stesso posto. Il format cambia a seconda dell’esperienza: oltre ai pub quiz, Daniela ha organizzato collaborazioni con altre attività, come serate dedicate alla cucina thailandese, mantenendo l’inglese come lingua comune durante l’esperienza. Anche il pubblico non segue un profilo preciso: si va da ragazzi intorno ai vent’anni a persone vicine ai settanta, con studenti, dottorandi, professionisti, coppie e genitori.
Il nome SpeakEasy riassume bene l’idea: parlare in modo facile, senza trasformare ogni frase in una prova da superare. Perché conoscere le regole di una lingua e riuscire a usarla in tempo reale sono due abilità diverse. E forse, per sbloccare la seconda, può essere più utile una birra davanti a un pub quiz che un’altra ora passata sui verbi irregolari.

